Contributo a Fortopia (2016) [CC-BY-SA]

autore: Valerio Bindi

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Alle prese con un carro di SCIATTO produzie (1994)

ARCHITETTURA LA MATTINA DOPO

Architettura la mattina dopo era completamente imbiancata dagli estintori. Tutti consumati sparati a spegnere il fuoco della pantera. Fuoco che non aveva bruciato la facoltà ma che ci bruciava dentro. Le feste che avevamo fatto ad Arkokk non avevano ancora spento l’eco nelle notti di Valle Giulia. Ora ci serve un altro posto. E uno non ce ne basta in effetti. Su quelle ceneri-non-ceneri costruiamo un gruppo storto e sbilenco. SCIATTO si chiama, bello grosso tutto maiuscolo. Sfrontato. E ci siamo messi in testa diverse cosucce. Eccone alcune: tutto quello che vogliamo costruire possiamo – e dobbiamo – farlo. E poi: siamo una banda. Un gruppo. Non uno studio di architetti – fallo tu l’architetto – una posse se vuoi. Belli litigiosi e pieni di risorse. E cmq o tutti d’accordo o non se ne fa niente. Nel nostro gruppo il lavoro è diviso alla pari. Con Ele si fa a gara a chi riesce a portare a Lia più giunti contemporaneamente. E lei Ele è la metà di me. Edo è testone e si arrampica fino in cima. Il Duka ama Sue che non si risparmia mai è di una bellezza folgorante con i guanti da lavoro. Rob Andy War ed io ci eravamo lasciati dietro le vignette che facevano ridere il movimento. E il capo è Nik J cioè Francesca. Siamo tanti. Più o meno di questi perché nel tempo che passa gente va e gente viene.

Praga. 1990. Dopo che era venuto giù il Muro a morsi. Città aperta in una primavera che a ottobre è ancora là. Giriamo tutti con le tutine rosse – molto socialismo reale – prese al supermercato. A Praga ci aggiungiamo produzie al nome. Uno snodo sensazionale. Artisti dall’Est dall’Ovest e i festival uno dopo l’altro. Concerti risse ubriacature ai piedi del monumento a Stalin demolito a picconate. Certi francesi con le bombole ci fanno scuola: come fare i tappi come tenere la bomboletta e come passarla senza scolare vernice. Dipingevamo e facevamo risse e installazioni. A volte le tre cose insieme. Una sera ci lanciamo i secchi di vernice addosso.

Quando torniamo ne vogliamo ancora. Non basta il Break Out – la nostra prima casa – per quello che abbiamo in mente. Abbiamo girato le periferie in lungo e in largo. Abbiamo capito come si scelgono i posti da occupare. Siamo una banda che non vuole partire da zero ha bisogno di un posto dove fare.

E allora Forte. Non ce ne stava un altro di posto che ci poteva dare da fare abbastanza. Potevamo raspare tra le cose abbandonate e ferraglia per le nostre installazioni. Giuliano ci ha preso a cuore da quando abbiamo ripulito lo spazio accanto alla sua officina. Nino ci tira ferro dentro al camion. Walter ci presta qualche attrezzo quando i nostri non funzionano. La sua fiducia in noi è sempre un nostro vanto. Giriamo con furgoni rimediati qua e là carichiamo tubi innocenti da una parte e dall’altra ma anche altre cose modulari che possono essere riusate rotelle bandoni lastre di ferro quello che è. Al Forte puoi far casino con il frullino e non c’è problema. E noi stavamo là a giocare con i bidoni.

Con il Festival dell’Arte siamo operativi. Scriviamo il volantino della convocazione e ci muoviamo grazie a Costa che il Forte lo conosce bene. Di nostro facciamo scendere a Roma quegli artisti che abbiamo conosciuto in giro per l’Europa in mezzo alla caciara di artisti che si dividono le celle sotterranee ora che è tolto il fango dei decenni.

Del progetto Majakovskij America di Barberio Corsetti nei sotterranei fino a mattina finisce in una piazza d’armi totalmente allagata. La notte lunga a fare domande a Thomas Harlan al caldo di una stufa nel Cinema Forte vedendo Wundkanal e parlando di Stammheim. Le infinite giornate con Alberto Grifi e Paola Pannicelli.

Il Gioco del Drago è darsi a quello solamente tutto il tempo. Le riunioni nei vari spazi occupati e nel Coordinamento dei Centri Sociali. Alla fine mettiamo insieme due mesi di attività ovunque tra le occupazioni romani e un numero impossibile di artisti di ogni provenienza. A zeromilalire di budget totale una programmazione che Roma non l’ha mai vista. I Mutoid aprono uno dei cortei spettacolari con i loro estintori modificati. Con una fiammata di dieci metri tengono lontane le divise. Il 14 di Luglio siamo noi SCIATTO che lanciamo l’assalto al cancello del Forte con macchine di fuoco. Ma questa volta è già nostro: si va per i dieci anni che quel cancello è aperto.

Quando si scioglie il Coordinamento è un momento confuso per noi. Ci sciogliamo un poco anche noi. Tante discussioni per una delibera che non serve a nessuno di noi. Che invece ha separato la forza dei centri sociali nella città. Sala Macchine è un ripartire da zero dai sotterranei per un lavoro costante dentro al Forte che porti l’attacco delle nostre macchine mutanti dentro uno spazio fisso. È uno spazio stretto quello che ci ritroviamo eppure ci abbiamo costruito parecchio. Mostre con Prof Bad Trip Miguel Angel Martin Maria Colino Darko Maver. Installazioni di archeologia dei videogames postazioni radio pirata e docce soniche. Quella della doccia era stata una roba importante: un sub sopra una strobo sotto. Basse frequenze modulate da un software in linux investivano chi entrava nella cabina accolto da un caldo involucro di feltro o da una algida cortina di acciaio nella versione due. E dentro potevi goderti una trance elettronica che normalizzava la pressione del sangue come abbiamo scoperto facendo check medici agli utenti. Un droga musicale perfettamente funzionante. Free e senza limiti all’abuso.

Il tempo dentro al Forte non scorre mai allo stesso modo e ci sono anni lunghi una vita e decenni che invece sfrecciano. Come nelle storie epiche va che in una notte si decide di una vita. A un certo punto il Forte spinge il tasto OFF e chiude i novanta nella polvere di stelle del cinema underground e tra i cristalli di Torazine. Noi nello stesso giorno in cui finisce la guerra contro la Serbia facciamo l’ultima peformance di SCIATTO con gli Zu e Okapi che tagliano le note dietro a noi. Quel gruppo si ferma lì sull’orlo del millennio e ricomincia in un altro modo a fare le cose. Io mi ricordo l’eclisse quell’agosto 1999.

Il senso dello stare e del fare dentro gli spazi occupati è mutato totalmente all’alba del 2000. Qui al Forte si prepara l’Hackmeeting. Tutte le arti che si sono sviluppate dentro alla cinta di tufo hanno portato la forza del conflitto nei linguaggi e nelle forme dello spettacolo. Abbiamo occupato autoprodotto e autogestito pure il territorio nemico. Le occupazioni si sono fatte con la techno e i cortei con la Toretta. È il momento più alto. Trasversale. Pieno. Un fiume di cose sta convergendo a Genova. Noi siamo inchiodati su qualche ferrovecchio da trasformare per qualche lavoro in quei giorni e non siamo partiti. Con rabbia nella notte siamo andati alla lapide di Giorgiana a piangere un ragazzo che si chiama Carlo. Tutti quegli anni precipitati ancora una volta negli ammazzamenti e nelle torture di stato. Il Forte attacchina sul percorso del primo corteo un mio disegno gigante con Carlo e il sangue nero intorno alla testa. Le persecuzioni giudiziarie di lì a poco in qualche modo ci hanno preso anche a noi che lavoriamo a pupazzetti e bandoni. Tutto quello che si è provato a Genova toglie la parola. A noi e a tutto il movimento che da allora non riesce più a dire ed essere insieme con quella grandezza.

Crack! i suoi fumetti dirompenti le sue immagini taglienti esistono perché tutto questo abbiamo passato nel Forte. Non sono lì per caso. Dicono che pure se non si può più parlare quella lingua vedere si può ancora vedere. Sto zitto non ti preoccupare non parlo di Crack! e nemmeno di Babel. Non si raccontano le storie finchè non son finite dico io. E nemmeno questo libro la deve raccontare per davvero questa storia del Forte.

Che io credo c’è parecchio ancora da fare qui dentro e qualcunə dovrà pure continuare a farlo.

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