{"id":766,"date":"2021-02-02T23:30:08","date_gmt":"2021-02-02T22:30:08","guid":{"rendered":"https:\/\/fortepressa.net\/?page_id=766"},"modified":"2021-02-09T00:09:20","modified_gmt":"2021-02-08T23:09:20","slug":"non-autorizzati-2020-cc-by-sa","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/fortepressa.net\/valerio-bindi\/non-autorizzati-2020-cc-by-sa\/","title":{"rendered":"Contributo a Non Autorizzati (2020) [CC-BY-SA]"},"content":{"rendered":"\n<h6 class=\"eplus-3d7tnB wp-block-heading\">di Valerio Bindi<\/h6>\n\n\n\n<p class=\"eplus-A99XZr wp-block-paragraph\">Testo rilasciato in <a href=\"https:\/\/creativecommons.org\/licenses\/by-sa\/4.0\/\">CREATIVE COMMONS [BY SA]<\/a> e liberamente scaricabile. Ogni donazione all\u2019associazione La Bagarre con cui organizzo molteplici attivit\u00e0 \u00e8 benvenuta.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large eplus-mGY9Pc\"><a href=\"https:\/\/www.paypal.com\/cgi-bin\/webscr?cmd=_s-xclick&amp;hosted_button_id=T2Y3UKWDG46KJ\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"173\" height=\"38\" src=\"https:\/\/fortepressa.net\/valerio-bindi\/wp-content\/uploads\/sites\/10\/2017\/11\/donazione.png\" alt=\"donate\" class=\"wp-image-260\"\/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<h2 class=\"eplus-3f2XIT wp-block-heading\"><strong>Senza decoro n\u00e9 legge<\/strong><\/h2>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image eplus-tQrVLu\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"861\" src=\"https:\/\/fortepressa.net\/valerio-bindi\/wp-content\/uploads\/sites\/10\/2021\/02\/RufeHaus_1280-1024x861.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-772\" srcset=\"https:\/\/fortepressa.net\/valerio-bindi\/wp-content\/uploads\/sites\/10\/2021\/02\/RufeHaus_1280-1024x861.jpg 1024w, https:\/\/fortepressa.net\/valerio-bindi\/wp-content\/uploads\/sites\/10\/2021\/02\/RufeHaus_1280-300x252.jpg 300w, https:\/\/fortepressa.net\/valerio-bindi\/wp-content\/uploads\/sites\/10\/2021\/02\/RufeHaus_1280-768x646.jpg 768w, https:\/\/fortepressa.net\/valerio-bindi\/wp-content\/uploads\/sites\/10\/2021\/02\/RufeHaus_1280.jpg 1280w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><figcaption>Rufer Haus, Adolf Loos, Wien 1922<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote has-text-align-right eplus-fuIcsU is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p>&#8220;The letter is armed to stop all the phony formations, lies, and tricknowlegies placed upon its structure.&#8221;<br>Rammellzee<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p class=\"eplus-0X4w4v wp-block-paragraph\">Compare nel giugno 1913 sui <em>\u201cCahiers d\u2019aujourd\u2019hui\u201d<\/em>, rivista di arti e letteratura un breve articolo che ha cambiato la storia dell&#8217;architettura e delle arti applicate, per le tante interpretazioni e derivazioni che ha provocato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"eplus-JXRuNW wp-block-paragraph\">Il titolo \u00e8 potente: <em>\u201cOrnamento e Delitto\u201d <\/em>e l\u2019autore un architetto che non amava gli architetti, come me lo confesso, e che scriveva del suo tempo, anche di come le calze color carne non fossero tollerabili perch\u00e9, simulando, fingevano di non essere quel che sono. Il suo nome \u00e8 Adolf Loos. <em>In diretta proporzione allo sviluppo della cultura, l&#8217;ornamento tender\u00e0 a scomparire dagli oggetti d\u2019uso<\/em>, afferma Loos, come legge generale, da qui a mille anni avanti. In corsivo nell\u2019articolo come sta scritto qui. In effetti la sua previsione non \u00e8 esattamente profetica: il capitale ha sviluppato una teoria dell\u2019ornamento come elemento centrale per la continuit\u00e0 dei suoi processi estrattivi. Le citt\u00e0, le democrazie occidentali, le forme dell&#8217;immaginario legate agli sviluppi del capitale hanno ipertroficamente sviluppato esattamente un universo di decorazioni, legate ai mezzi di produzione e quindi standardizzate e di massa, su cui impiantare tutte le strutture di distribuzione e consumo. Anzi in sostanza il consumo \u00e8 ornamento, l\u2019oggetto \u00e8 sommerso da tutto il sistema di decorazione e rivestimento. Nessuno cerca un oggetto un\u2019abitazione o niente che possa essere scambiato che non sia legato ad un plusvalore ornamentale. Quasi nessuno. Solo chi ha perso tutto \u00e8 invincibile alla decorazione, ed \u00e8 automaticamente fuori dal sistema ad essa connesso. Un uomo senza decorazione \u00e8 senza decoro e senza decoro \u00e8 fuori dalla legge, dalla tutela, dalla dimensione sociale. Non ha diritti n\u00e9 ragioni. \u00c8 nudo corpo trascurabile, scambiabile, affondabile, portatore di contagi e del peggiore tra i crimini morali nella societ\u00e0 dello spettacolo: la povert\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"eplus-E0CuPd wp-block-paragraph\">Adolf Loos prevedeva in migliaia d\u2019anni la scomparsa dell\u2019ornamento. Staremo a vedere, forse viviamo in un momento di reazione dove la sovradecorazione \u00e8 in realt\u00e0 una proliferazione cancerosa che ne uccider\u00e0 i portatori, forse tra un migliaio di anni l\u2019ornamento sar\u00e0 scomparso e con esso il capitale. Oppure questa sovradotazione si spinger\u00e0 in ogni angolo occupabile, un blob che inghiottir\u00e0 il pianeta fino a rendere la esistenza dell\u2019umanit\u00e0 anch\u2019essa talmente inutilmente decorativa da essere sacrificabile senza alcun rimpianto. Torniamo a Loos: \u00abl&#8217;ornamento non soltanto \u00e8 opera di delinquenti, ma \u00e8 esso stesso un delitto, in quanto reca un grave danno al benessere dell&#8217;uomo, al patrimonio nazionale e quindi al suo sviluppo culturale\u00bb. Ecco il crimine, da individuare e colpire: l\u2019ornamento muove allo sviluppo culturale al benessere, moltiplica il tempo di lavoro e richiede un dispendio di risorse, uno spreco. L\u2019ornamento va vietato e perseguiti coloro che ne fanno un obbiettivo produttivo e distributivo. Perch\u00e8 lavorano contro l\u2019economia del benessere, contro la stessa umanit\u00e0. Un argomento che spiega bene anche che non si tratta di una smania funzionalista quella di Loos, ma di una critica radicale al sistema di produzione, e una impostazione etica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"eplus-fOZxUQ wp-block-paragraph\">Ora Loos non era un rivoluzionario certo, ma un aristocratico intellettuale capace di parlare di selle e progettare case pensate direttamente nello spazio (il Raumplan) devastando la gerarchia borghese degli ambienti. Nello stesso anno, il 1913, in Russia alle soglie della rivoluzione, Ilij\u00e0 Zdanevich e Mikhail Larionov pubblicano un manifesto intitolato \u201cPochem\u00f9 my pakrashivaemsja\u201d (\u201cPerch\u00e9 ci dipingiamo [la faccia]\u201d), in cui annunciano la loro intenzione usare i propri volti come tela e dipingerli di colori espressionisti. \u00c8 \u00abl\u2019inizio di un\u2019invasione\u00bb dell\u2019arte nella strada scardinando stili e modalit\u00e0 che fino a quel momento dominano la scena. Segue Kazimir Malevich con la controversa conferenza \u201cZabornaja literatura i ploshhadnaja zhivopis\u201d (\u201cLetteratura di strada [lett. di steccato] e arte del territorio\u201d): uno spostamento verso alcuni linguaggi, fino ad allora osceni per la cultura \u2018alta\u2019. Questo percorso porta nel 1918 al decreto n. 1, \u201cDemokratizatsii Iskusstva\u201d (\u201cSulla democratizzazione dell\u2019arte\u201d) a firma Vladimir Majakovskij con David Burliuk e Vasilij Kamenskij. Qui l\u2019idea dell\u2019arte come una forma di arredo borghese \u00e8 devoluta invece alla riconquista dei terreni urbani, degli spazi di movimento delle masse: per decreto \u00ab\u00e8 soppressa la presenza dell&#8217;arte nei depositi, ripostigli del genere umano, nei palazzi, nelle gallerie, nei saloni, nelle biblioteche, nei teatri\u00bb. E ancora \u00abPittori e scrittori prendano subito i colori e i pennelli della loro arte per dare una nuova luce, per dipingere tutti i fianchi, le fronti, i petti delle citt\u00e0, delle stazioni e della moltitudine di vagoni eternamente in corsa [&#8230;] Le vie siano la festa dell&#8217;arte per tutti\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"eplus-Ms2Sfc wp-block-paragraph\">Cos\u00ec si abolisce il progetto di decoro, quello dei fregi delle architetture, per una mossa laterale scardinante: l\u2019arte e l\u2019affermazione disfunzionale della festa si deve spalmare sulle superfici dei vagoni trasformando la decorazione abolita in presa di potere territoriale, in attivit\u00e0 cosciente di democratizzazione urbana. Una riconquista delle forme e dei linguaggi popolari e scorretti: colore parola e corpo stesso partecipano di questa invasione programmata. Il crimine contro l&#8217;umanit\u00e0 della decorazione e la spinta alla riappropriazione danzante della propria disfunzionalit\u00e0 espressiva sono i due capisaldi che rivoltano radicalmente i percorsi dell\u2019arte e della costruzione stessa della citt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"eplus-yYMmWu wp-block-paragraph\">Poi passano anni, molti anni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"eplus-qB66QM wp-block-paragraph\">Eccoci sul bordo di altri anni Venti, \u00e8 un altro millennio e queste cose di cento anni fa riemergono e si rimettono a lavorare nella mente. La domanda che mi faccio quando penso a tutte le forme di arte di steccato di piazza di strada e di citt\u00e0 di oggi \u00e8: \u00e8 questa una forma di resistenza? Una traccia di questa invasione di allora? Un pensiero che discute il destino di decorazione che il capitale persegue?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"eplus-Lg1k7C wp-block-paragraph\">Parliamo delle forme che si appiccicano su muri di cemento vagoni in corsa e tutte quelle altre presenze assenze dei tessuti metropolitani. \u00c8 decorazione dipingere su di un muro o \u00e8 invece il modo per cancellare il mostruoso decoro che riveste senza soluzione di continuit\u00e0 le nostre esistenze? \u00c8 un atto verso la decorazione o contro la decorazione il segno sul muro? Ci sono molte risposte a queste domande, e non sono univoche tra l\u2019altro. Non tutto quello che finisce sui muri viene messo con la stessa intenzione. N\u00e9 per gli stessi fini. Ci sono muri decorati e muri sottratti all&#8217;ornato. Muri che rappresentano il sangue stesso della citt\u00e0 e muri che replicano il gioco di specchi del mercato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"eplus-Heu1PD wp-block-paragraph\">Per discuterne partiamo da un atto piuttosto recente, fondamentale nella storia dei murali clandestini. \u00c8 importante soffermarsi un momento su questo atto. Lo ha fatto un artista italiano tra i pi\u00f9 importanti al mondo in questa arte, Blu. Nel tempo con i suoi affreschi sulla contemporaneit\u00e0 ha riempito le citt\u00e0, ha designato dei punti sulla mappa che rappresentavano risorse progetti cooperazioni. Lo ha fatto girando il pianeta e restando nomade. Fino al punto in cui quello che ha fatto \u00e8 diventato valore, e nel tessuto urbano valore \u00e8 rendita fondiaria. Veniamo alla storia di un suo pezzo famoso sul muro di XM24 a Bologna o a quella assai simile del muro di Cuvrystra\u00dfe, Kreuzberg, Berlino. In entrambi i casi i dipinti erano un omaggio ad una zona liberata dal procedere criminale della ornamentalit\u00e0 capitalista, e in entrambi i casi erano riassorbibili dallo stesso capitale. Si era prodotta la rivalutazione della rendita fondiaria nelle prossimit\u00e0 di queste opere d\u2019arte. E cos\u00ec si erano trasformate da atti di resistenza ad atti decorativi. Un ragionamento di estrema lucidit\u00e0 ha spezzato la contraddizione: l&#8217;artista ha consapevolmente deciso l&#8217;autocancellazione totale dei dipinti trasformandoli in monocromi senza voce e qualit\u00e0, in apparenza. Ma in sostanza rivendicandone il senso, l\u2019espressione e la funzione sociale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"eplus-I97EvO wp-block-paragraph\">Abbattere l&#8217;ornamento. Resistere al degrado e alla mercificazione che il capitale determina disarmandolo della sua narrazione: non \u00e8 il valore di scambio dell&#8217;oggetto d&#8217;uso ma quello della decorazione che gli \u00e8 applicata sopra a creare plusvalore, bene se non posso intervenire sui grandi valori fondiari posso intervenire sulla decorazione. Accendere o spegnere luci. E tornando invisibile l\u2019illegale e imprendibile arte dei muri degli steccati delle strade rivendica il diritto alla citt\u00e0 e alla vita. Rivendicando il lavoro sulla memoria di quella affermazione la rende invincibile proprio nel suo svanire. Blu riporta con la sua resistenza disadorna la discussione a Loos. Il filo sottile che divide la stessa opera dall\u2019essere espressione di resistenza a trasformarsi in decorazione viene individuato e, quando questa trasformazione avviene, l\u2019opera viene cancellata. Il binomio tra oscurit\u00e0 monocroma e visibilit\u00e0 policroma, l\u2019opera d\u2019arte e il suo doppio, ricostruisce l\u2019opera che gli interventi di plusvalore urbano vanno a defraudare del suo senso. Rivendica il senso attraverso l\u2019oscurazione. La resistenza espressa dalle opere di Blu serve a produrre ragionamenti sociali, offre arte e cultura. N\u00e9 funzionale e nemmeno decorativo per le modalit\u00e0 stessa in cui quelle narrazioni intervengono, che sono l\u2019autodeterminazione e l\u2019illegalit\u00e0 dell\u2019atto, \u00e8 atto inautorizzabile sia per il punto di vista che offre che per le possibilit\u00e0 che scopre.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"eplus-cj7j81 wp-block-paragraph\">Esiste una parola che non sento e non pronuncio da tempo, nata nel gruppo di cui sono stato a lungo parte, e di cui sono ancora oggi parte, \u201cSCIATTO produzie\u201d: la parola \u00e8 costrudistruzioni. Una cosa costruita per essere distrutta. Il progetto di qualcosa che inserisce dentro di s\u00e9 la propria indisponibilit\u00e0 a restare a testimoniarsi nella realt\u00e0, per trasferirsi su di un altro piano. Ci sono progetti che aprono, durano il tempo necessario ad intervenire nella memoria e poi vengono distrutti secondo il rituale pagano della festa, del carnevale, del fuoco che cancella l\u2019oggetto e lo trasferisce in una consapevolezza, lo stratifica in un ricordo. L\u2019impermanenza sottrae rendita di capitale alle opere d\u2019arte e crea invece un valore condiviso e sociale. Molti degli interventi dell\u2019arte dei muri e delle strade sono su carta che il tempo divora, elementi adesivi e superficiali che sono frammenti di pelle urbana: la loro durata \u00e8 inscritta nei materiali che li compongono. O a volte \u00e8 il muro stesso ad essere trascurato e a cadere a pezzi. Uno dei murali cui ho lavorato e che ha segnato per molti anni l\u2019immagine urbana di una strada celebre del quartiere di San Lorenzo a Roma, via dei Volsci, \u00e8 stato rimosso cos\u00ec, da un intonaco rigonfio. Si tratta di un policromo, i gatti arancioni del Trentadue, uno storico centro sociale, che sono spariti cos\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"eplus-dctsmQ wp-block-paragraph\">Altri sono stati tirati gi\u00f9 dalle ruspe. Poco male pensando che a Roma sono andati dispersi murali ben pi\u00f9 importanti, penso alle opere di Keith Haring che i sindaci Franco Carraro prima e Francesco Rutelli poi hanno fatto cancellare invece che proteggere. Il monocromo rosa che si stagliava sulla parete esterna del Palazzo delle Esposizioni nel 1984 potrebbe forse avere un valore di circa tre milioni di euro oggi. In una visione fantastica di questo racconto Rutelli e Carraro sono stati agenti dell\u2019impermanenza: esattamente come avrebbe agito Blu a Berlino e Bologna, hanno rimosso un atto poetico e politico prima che diventasse decorazione. Restituendo il valore dell\u2019opera all\u2019imprendibilit\u00e0 della strada e sottraendo capitale. Ma non \u00e8 cos\u00ec meravigliosa la realt\u00e0: nei fatti sono stati solo dei poco avveduti manager, hanno distrutto senza nessuna capacit\u00e0 di analisi culturale delle delicate opere impermanenti che erano un bene comune che erano in spazi che non avevano alcuna difficolt\u00e0 a continuare ad ospitarle, per configurazione e disposizione. \u00c8 stata semplicemente un\u2019affermazione del trionfo del decoro, senza nessun altro scopo che questo, fortemente ideologico: un muro in ordine contro l\u2019arte pi\u00f9 soggettiva e divergente. Di questi segni depredati resta solo presenza nella nostra coscienza urbana. Cos\u00ec come scorrono nella memoria i primi muri graffiti che ho visto nelle nostre citt\u00e0 in Europa. Disegni che erano tag, cio\u00e8 i nomi o meglio i soprannomi degli autori o delle posse dei gruppi, lasciati come dichiarazioni di esistenza, come radicalit\u00e0 in opposizione ad ogni ornamento. Posizionati secondo un codice etico preciso in luoghi dove non \u00e8 possibile trovare valori culturali o artistici, spazi di scarto e di abbandono, in deserti urbani su cui lasciare un dipinto corrisponde al segnare gli alberi per trovare il percorso di un sentiero nei boschi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"eplus-fE7pHr wp-block-paragraph\">Non c\u2019\u00e8 intenzione di comunicazione in questo ma di affermazione, di appartenenza e di presa di posizione. Questo scarto tuo \u00e8 il mio mondo, accendo un colore una luce su questo. Lavoro a portare a nudo la forma della lettera scarnificandola dall\u2019ornamento delle <em>tricknowlegies<\/em>, degli imbrogli. Cos\u00ec le chiama Rammellzee, filosofo dei muri con le sue teorie del <em>panzerismo iconoclasta<\/em>, dedito alla distruzione delle sovrastrutture per arrivare alla forma senza trucco. La lettera \u00e8 una rivendicazione. E si nutre di un nome di battaglia, un tag appunto, che rimanda all\u2019azione clandestina, all&#8217;invisibilit\u00e0 dell\u2019autore che reclama l\u2019anonimato come forma di condivisione tra pari. Non sono quello che sono per l\u2019istituzione, lo sono perch\u00e8 parlo con una voce-nome nella citt\u00e0. L\u2019identit\u00e0 \u00e8 una scelta, che qualifica l\u2019opera quanto l\u2019identit\u00e0 dello spazio su cui viene rivelata. Autodeterminazione primo elemento dunque, ridefinizione dell\u2019identit\u00e0 secondo elemento. Sono caratteri di resistenza autonoma e indisponibile all\u2019assimilazione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"eplus-vBzYwx wp-block-paragraph\">Rapidamente i graffiti hanno cominciato ad esprimere altre cose, ad ospitare parole-immagine. Stazioni del sentire della citt\u00e0, della vita, senza mai smettere di essere contemporaneamente anche tag, di esprimere cio\u00e8 persone e individualit\u00e0 resistenti all\u2019assimilazione della massa di consumo, nel corso del tempo i disegni sui muri si sono fatti mondo. Hanno preso il corpo dei pensieri dello spazio su cui si installano. Si sono declinati in parole, sviluppando linguaggi e stili, e alcuni inevitabilmente sono divenuti ornamento. Commemorano. Giustificano. Rivalutano. In alcuni casi sono commissionati dalle amministrazioni che cercano surrettiziamente di mettere in moto il meccanismo di rendita del mercato dell\u2019arte. Non sono le opere che fanno resistenza queste ultime, ma sono invece irrimediabilmente destinate all\u2019ammasso di produzioni di immagini e decorazioni del capitale. Sono statue da parco, solo che sono fatte in due dimensioni, spalmate su di una superficie. Ma sempre monumenti a qualcos\u2019altro che non vive, non pi\u00f9. Nascono gi\u00e0 pronte al restauro, alla durata, a tradire l\u2019impermanenza che hanno nei cromosomi. La rinuncia alla scomparsa dell\u2019autore che caratterizza questo tipo di opere lo monumentalizza. Invece di essere riassorbito nel tessuto sociale da cui nasce, qui l\u2019autore viene celebrato perch\u00e9 \u00e8 un <em>habeas corpus<\/em>, esiste un corpo su cui rifarsi. Questo vuol dire che, anche firmando solo con il tag, qui l\u2019autore, anzich\u00e9 testimoniare la sua invisibilit\u00e0, il suo sfuggire, al contrario dimostra che esiste nella sua concretezza: ha un corpo raggiungibile, gi\u00e0 intercettato dalla committenza, o dalla stampa, o dallo spettacolo dell\u2019arte.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"eplus-pr3g1h wp-block-paragraph\">Quest\u2019ultimo dato mette in evidenza una altro punto quindi. Non sono solo l\u2019aspetto dell\u2019autodeterminazione e dell\u2019anonimato creativo, ma l\u2019assenza anche del corpo, corpo-del-reato, a contribuire a formare le opere dell\u2019arte dei muri. Possiamo dire che l\u2019elemento di questo corpo sfuggente dell\u2019artista evidenzia un\u2019attivit\u00e0 performativa, ma attentamente non spettacolarizzata, che \u00e8 direttamente collegata alla realizzazione. Le opere di strada, quelle che non costituiscono n\u00e9 vogliono costituire decorazione urbana, non si specchiano insomma solo nella visione dell\u2019immagine sul muro, ma anche in quel che non si pu\u00f2 vedere e che ha contribuito a crearla. Un indicatore \u00e8 la posizione: troppo in alto, troppo al di l\u00e0, troppo grande, troppo amplia, sempre troppo-qualche-cosa, suggerisce un\u2019azione spettacolare e invisibile che ha preceduto e contribuito alla creazione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"eplus-bbtdzs wp-block-paragraph\">Recap: questo corpo assente ha compiuto in uno spazio aperto e riconosciuto un\u2019azione spettacolare invisibile per produrre un oggetto d\u2019arte che ha valore finch\u00e9 non produce capitale. Insomma, una sequenza di un-azioni, di negazioni. Sembra paradossale, ma su questa fragilit\u00e0 si mantiene il meccanismo di integrit\u00e0 dell\u2019opera d\u2019arte di strada. E ciascuna di queste tre autonomie e impermanenze (dell\u2019opera, dell\u2019identit\u00e0 e del corpo) crea l\u2019opera e al contempo, naturalmente, pu\u00f2 essere caricata al massimo di valore simbolico. Tra le caratteristiche fondamentali non c\u2019\u00e8 quindi la necessit\u00e0 di comunicare o di portare significato, n\u00e9 di avere qualit\u00e0 commisurabili o di essere inserita in un qualche ambito di figurazione o rappresentazione. L\u2019opera attiva uno spazio vitale e sottolinea una presenza proprio rinunciando ad essere rappresentazione, crea invece una risposta sociale, una compartecipazione che ne determina la reale entit\u00e0. E poi svanisce. Come il gatto di Alice. Ovviamente non pu\u00f2 e non deve rispondere necessariamente a nessuna esigenza funzionale e certamente conduce una lotta spietata contro il crimine della decorazione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"eplus-5DSn7i wp-block-paragraph\">Con questa consapevolezza arriviamo al caso recente di un controverso artista romano, conosciuto con un nome che da solo rappresenta questa azione spettacolare impossibile da mostrare, GECO. La scelta di un animale feticcio per nominarsi \u00e8 la sintesi del progetto stesso: la posizione del geco \u00e8 imprendibile, da arrampicamuri, scompare alla vista e vede il mondo da un\u2019altra prospettiva. Animale notturno sa come organizzarsi per passare inosservato. Abile a dissimularsi e svanire senza assolvere ad alcuna funzione: privo di ornamento \u00e8 invisibile. La sua esistenza stessa \u00e8 una sfida ai nuclei di conservazione del decoro tenuti a difendere la citt\u00e0 capitalista da queste incursioni devianti. L\u2019inoffensiva geometrica ripetizione delle forme delle quattro lettere che usa Geco \u00e8 un danneggiamento, un&#8217;offesa all\u2019ornamento, e chi perpetra l\u2019offesa un criminale. La modalit\u00e0 difensiva del capitale ribalta l\u2019assunto iniziale di questo racconto: il decoro \u00e8 protetto da una apposita armata e chi ne discute l\u2019opportunit\u00e0 e il senso \u00e8 un pericolo pubblico, da individuare sorvegliare e punire. Pi\u00f9 \u00e8 monumentale e imprendibile questa effimera installazione, pi\u00f9 roboante il lancio di stampa sulla sua identificazione. Geco ha diffuso ovunque con ogni mezzo a sua disposizione, dal murale ciclopico all\u2019adesivo minimale, la sua dichiarazione di autonomia, la sua rinominazione e la sua performance invisibile e iconoclasta. Quattro lettere ricondotte alla loro essenza, senza orpelli, che mirano alla ripetizione, al ritornello come ogni formula magica che possa guarire gli occhi sotto pressione di chi attraversa le metropoli. Sempre troppo in alto, le sue opere sono un guanto di sfida che si significa nell\u2019atto poetico e performativo, che procede con una grafica senza grazie e senza decorazioni. Minimali e monocrome, progettate accuratamente per modularsi sugli spazi prescelti senza mai tradire il proprio imprinting formale, le opere di Geco non danneggiano nulla, non distruggono, non offendono. Sono stutture formali etiche che scelgono di trasmettere senso al di l\u00e0 di s\u00e9 stesse. Sono destinate da sole a decomporsi e svanire come lacrime nella pioggia, direbbe qualcuno. E restano invincibili, serissime dichiarazioni di opposizione all\u2019arma di repressione pi\u00f9 acuminata, al crimine contro l\u2019umanit\u00e0 che blocca lo sviluppo della cultura: il decoro, fatto di muri abbandonati, di finestre chiuse e voci silenziate per far spazio, al contrario, ad inquinamenti visuali di ogni genere che producono plusvalore strutturabile, amministrabile attraverso il consumo visivo e materiale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"eplus-XJ1lkE wp-block-paragraph\">Il problema che questa arte pone \u00e8 anche quello di individuare le forme per conservarne frammenti documentazioni e trasmetterne la memoria e la conoscenza. Serve definire un quadro di analisi per questo, serve fornirsi di strumenti che ne possano proteggere la fragilit\u00e0 e lo sviluppo. Servono musei officina non conservativi, ma che rispondano alla domanda di autodeterminazione, di ricostruzione dell\u2019identit\u00e0 e di liberazione del corpo che quest&#8217;arte richiede. Spazi che a loro volta necessitano in s\u00e9 le stesse caratteristiche. Progettare costrudistruzioni impermanenti e quando avviene che si sviluppino per una singolarit\u00e0 imprevedibile, serve lasciarle trovare la strada e aprirne di nuove. Porsi domande. Costruire intorno a queste domande il quadro con altri decreti di democratizzazione delle arti capaci di assorbire questo patrimonio e trasformarlo in un bene comune. A quel punto anche il processo di valorizzazione di questa arte diviene condiviso. \u00c8 ancora lunga la strada per capovolgere la strategia estrattiva corrente, ci sono gi\u00e0 degli esperimenti in corso tutelarli \u00e8 una priorit\u00e0. Ci arriveremo. Molti artisti segnano la via, non criminalizzarli ma dotarsi degli strumenti per riconoscerne la portata \u00e8 la necessit\u00e0 immediata. Le parole nel vuoto di Loos ci seguiranno ancora per fermare tutte le formazioni fasulle, le bugie e le insidie giustapposte alla struttura delle nostre citt\u00e0.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Valerio Bindi Testo rilasciato in CREATIVE COMMONS [BY SA] e liberamente scaricabile. Ogni donazione all\u2019associazione La Bagarre con cui organizzo molteplici attivit\u00e0 \u00e8 benvenuta. 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